Fonte: Geek&Poke
mercoledì 30 marzo 2011
9 geek su 10... per intenditori!
Fonte: Geek&Poke
lunedì 28 febbraio 2011
Talking about advertising and crowd
Nelle fasi pioneristiche della Silicon Valley, precedentemente l'inconcepibile ascesa di Google, la pubblicità era generalmente considerata con palese disprezzo. A quell'epoca la pubblicità era spesso considerata il peccato originale del brutto mondo dei media tradizionali che ci stavamo lasciando alle spalle. Le inserzioni pubblicitarie erano al cuore stesso del peggiore dei demoni che intendevamo distruggere, la televisione commerciale.
Ironicamente, la pubblicità è oggi ritenuta la sola forma di espressione meritevole di essere protetta dal punto di vista commerciale nel mondo a venire. Qualsiasi altra forma di espressione deve essere rimescolata, resa anonima e decontestualizzata al punto di diventare priva di significato. La pubblicità, invece, è sempre più legata al contesto e il suo contenuto è considerato sacrosanto e intoccabile. Nessuno, e intendo proprio nessuno, osa fare mash-up delle inserzioni di Google che compaiono ai margini dei siti web. Quando Google cominciò la sua ascesa, nella Silicon Valley si potevano udire conversazioni come questa: "Un attimo, ma noi non odiavamo la pubblicità?". "Be', odiavamo quella vecchia. Quella nuova è discreta e utile".
La centralità della pubblicità nella nuova economia dell'alveare digitale è assurda, e ancora più assurdo è che in generale non lo si riconosca. La pretesa più esasperante della filosofia digitale ufficiale regnante è quello secondo cui le folle che lavorano gratis in alcuni campi ottengano risultati migliori degli antidiluviani esperti remunerati. Come esempio si porta spesso Wikipedia. Se questo fosse vero - e, come ho spiegato, nelle giuste condizioni talvolta può esserlo - perchè questo principio non intacca la persistenza della pubblicità come business?
Un sistema efficiente e onesto, basato sulla saggezza della folla, dovrebbe ostacolare la persuasione a pagamento. Se la folla fosse tanto saggia, saprebbe indirizzare nel modo migliore scelte quali le finanza personali, lo sbiancamento dei denti, la ricerca di un amante. Tutte quelle inserzioni a pagamento diventerebbero controverse. Ogni centesimo guadagnato da Google ci parla del fallimento della folla: e di centesimi, Google ne sta guadagnando parecchi.
Da "Tu non sei un gadget" di Jaron Lanier.
Ironicamente, la pubblicità è oggi ritenuta la sola forma di espressione meritevole di essere protetta dal punto di vista commerciale nel mondo a venire. Qualsiasi altra forma di espressione deve essere rimescolata, resa anonima e decontestualizzata al punto di diventare priva di significato. La pubblicità, invece, è sempre più legata al contesto e il suo contenuto è considerato sacrosanto e intoccabile. Nessuno, e intendo proprio nessuno, osa fare mash-up delle inserzioni di Google che compaiono ai margini dei siti web. Quando Google cominciò la sua ascesa, nella Silicon Valley si potevano udire conversazioni come questa: "Un attimo, ma noi non odiavamo la pubblicità?". "Be', odiavamo quella vecchia. Quella nuova è discreta e utile".
La centralità della pubblicità nella nuova economia dell'alveare digitale è assurda, e ancora più assurdo è che in generale non lo si riconosca. La pretesa più esasperante della filosofia digitale ufficiale regnante è quello secondo cui le folle che lavorano gratis in alcuni campi ottengano risultati migliori degli antidiluviani esperti remunerati. Come esempio si porta spesso Wikipedia. Se questo fosse vero - e, come ho spiegato, nelle giuste condizioni talvolta può esserlo - perchè questo principio non intacca la persistenza della pubblicità come business?
Un sistema efficiente e onesto, basato sulla saggezza della folla, dovrebbe ostacolare la persuasione a pagamento. Se la folla fosse tanto saggia, saprebbe indirizzare nel modo migliore scelte quali le finanza personali, lo sbiancamento dei denti, la ricerca di un amante. Tutte quelle inserzioni a pagamento diventerebbero controverse. Ogni centesimo guadagnato da Google ci parla del fallimento della folla: e di centesimi, Google ne sta guadagnando parecchi.
Da "Tu non sei un gadget" di Jaron Lanier.
mercoledì 2 febbraio 2011
Dudeisti del mondo uniti!
lunedì 24 gennaio 2011
Papa Benedetto XVI benedice i social network
Ora siamo davvero tutti più contenti!
giovedì 20 gennaio 2011
Dizionario Enciclopedico Treccani Informatica, ICT e media digitali
Allora è vero che al peggio non c'è mai fine!
Ma alla Treccani si rendono conto della contraddizione nei termini che un simile "dizionario enciclopedico" si porta dentro?
Si rendono conto che il tempo di scriverlo ed è già vecchio?
Si rendono conto che la maggior parte degli utenti cerca le info "enciclopediche" su Wikipedia?
Non hanno ancora capito che è cambiato il modo di fruizione delle informazioni, soprattutto di chi cerca le informazioni sui temi dell'informatica, dell'ICT e dei media digitali.
Mi ricorda molto il libro Internet '96 e i suoi successori. Ma nel '96 questo libro forse aveva un senso.
Nel 2011 un Dizionario Enciclopedico di informatica, ICT e media digitali non ha davvero senso.
Ma alla Treccani si rendono conto della contraddizione nei termini che un simile "dizionario enciclopedico" si porta dentro?
Si rendono conto che il tempo di scriverlo ed è già vecchio?
Si rendono conto che la maggior parte degli utenti cerca le info "enciclopediche" su Wikipedia?
Non hanno ancora capito che è cambiato il modo di fruizione delle informazioni, soprattutto di chi cerca le informazioni sui temi dell'informatica, dell'ICT e dei media digitali.
Mi ricorda molto il libro Internet '96 e i suoi successori. Ma nel '96 questo libro forse aveva un senso.
Nel 2011 un Dizionario Enciclopedico di informatica, ICT e media digitali non ha davvero senso.
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